l dramma della povertà e il grido dei sofferenti rimane una domanda alla quale nessuna società, economia e nemmeno ogni singola persona è riuscita a sfuggire. Eppure come cristiani noi possediamo una risposta e questa è per costituzione il Vangelo in quanto è l’annuncio lieto dato ai poveri e agli oppressi, promessa di liberazione. Vogliamo per questo motivo provare a fare una riflessione partendo dal racconto della moltiplicazione dei pani (Lc 9,10-17)

In questa brano Gesù si fa “povero”, facendosi voce della folla, e come tutti i poveri ci provoca e chiede: “Voi stessi date loro da mangiare”. Chiede qualcosa di più grande di noi, interpella la nostra vita e si pone come grande domanda di senso. E Gesù sembra stare dalla parte dei poveri. I discepoli che hanno avuto l’attenzione di pensare a queste persone senza cibo, si trovano spiazzati dalla richiesta di Gesù che si fa voce di questa gente affamata. I discepoli sembrano affermare: “Sono forse io il custode di mio fratello?” (Gen  4,9) Hanno già fatto quanto era in loro potere, aver l’accortezza di pensare ad una soluzione possibile. Cos’altro possono fare? Gesù al contrario sembra farsi carico dei fratelli assumendosi la responsabilità diretta rendendo partecipi i discepoli. Essi, effettivamente non hanno la possibilità di rispondere, ma Gesù sembra volerli coinvolgere nel problema della ricerca di una risposta.

Questo racconto, letto da questa prospettiva, risulta innegabilmente come scomodo e fastidioso. “Date loro voi stessi da mangiare”, è l’amplificarsi di quella domanda che riconosciamo nei poveri e negli emarginati delle nostre città, alla televisione e in ogni fratello che vive in un momento di sofferenza. Che domanda difficile! Se da una parte, infatti, è quasi istintivo e spontaneo voler trovare una soluzione al grido sofferente di molti, questo quesito ci mette davanti alla nostra impotenza e incapacità di poter trovare una risposta. Anche nella gestione di strutture e servizi offerti a persone indigenti e bisognose, ci si trova spesso di fronte a situazioni in cui la soluzione del problema è molto più complessa di quanto noi siamo in grado di sostenere e affrontare e spesso la nostra risposta è solo un piccolo palliativo. Gesù però si fa portavoce di questa domanda, è lui che si fa povero e ci chiede l’impossibile provocandoci e mettendoci in crisi.

Credo che le risposte più immediate siano due: da una parte quella di chi vuole sfuggire all’angoscia provocata dal problema, eliminandolo quest’ultimo ed emarginalizzandolo dalla propria quotidianità o anestetizzandolo con pregiudizi e risposte banali e generiche come “è una scelta di vita…”, “non hanno voglia di lavorare…”, ecc. oppure con piccole elemosine estemporanee “lava coscienza”.

Dall’altra parte, chi non si arrende all’indifferenza ma prova ad entrare nel problema delle povertà (è necessario parlare al plurale) e cercano di dare il loro piccolo contributo, inserendosi in una rete di aiuti, ma scontrandosi quotidianamente con i problemi e le angosce dei poveri, che molto spesso il tuo sostegno non risolve. Rischiando di indurire sempre più il volto alle sofferenze che si incontrano e respingendo al mittente le richieste di aiuto che non possiamo soddisfare.

Esiste però una terza via. Questa non è la via di mezzo ma il tentativo di percorrere una strada di condivisione del problema. È anche qui il provare a dare un piccolo aiuto tra i tanti ma con la consapevolezza che la nostra è innanzitutto una mano tesa più che una risposta. Il desiderio di poter essere vicino per condividere il problema e alzare insieme gli occhi al cielo per chiedere la benedizione di Dio su questa situazione. Questo non elimina lo sforzo, la fantasia e la fatica di cercare una soluzione ma significa voler mettere al centro la persona con le sue difficoltà e non il problema da risolvere con una risposta precisa. È un cambiamento di prospettiva, poiché non cerco di eliminare la domanda ma la accetto, anche nella fatica, ascoltandola e portandola insieme con la persona che me la pone. Significa puntare sulle relazioni e non su un servizio perfetto ed efficiente che in realtà non può esistere. Accogliere la domanda scomoda e prenderla su di sé, accompagnando e accettando insieme anche le sconfitte e le sofferenze. È una via difficile e impervia ma che spalanca al mondo affascinante che è l’altro, il TU che ti sta di fronte e allo stesso tempo ti costringe ad aprire la porta a Dio perché veda e visiti questa situazione e si faccia  carico di quei pesi.